UN AGNOSTICO DI FRONTE ALLA CHIESA di Cesare Lanza

Oggi,  un’anticipazione: l’editoriale di Cesare Lanza, che sarà pubblicato nel prossimo numero de L’Attimo fuggente. Con il nuovo Papa, Francesco, la Chiesa meritoriamente sta provando a riformarsi dal suo interno, allontanandosi dalle tentazioni del potere e avvicinandosi alle esigenze umane e semplici della gente. Esattamente il contrario di ciò che sta facendo la classe politica italiana, che non capisce l’importanza di rinunciare ai privilegi e di condividere i sacrifici e le sofferenze della comunità.

papa Francesco papa Ratzinger Roncalli e Wojtyla

Confesso di provare un certo disagio nello scrivere questa abituale nota di introduzione al nuovo numero de L’Attimo Fuggente.
E’ necessario un preambolo, spero non del tutto noioso, perché riguarda problemi laici e religiosi, comunque di coscienza, in cui ciascuno di noi si può identificare.
La prima premessa è che sono agnostico. Il paradosso è che condivido tutti gli insegnamenti di Cristo, mi spingo a pensare che Cristo probabilmente è esistito, come predicatore e martire, ma non riesco a credere assolutamente nell’esistenza di un Dio. Non riesco, per i motivi più banali, tanto semplici quanto disperati. Se mi guardo attorno, non riesco a credere che possa esistere un Dio capace di produrre e consentire tanto male sulla Terra, efferati delitti, insopportabili ingiustizie, atroci crudeltà. Quante volte ho riflettuto sul mistero della nascita, io che son venuto al mondo in una condizione di benessere, pur tra le bombe della Seconda Guerra Mondiale, mentre prima e durante e dopo sono venuti al mondo milioni e milioni di creature innocenti, e infelici  fin dal primo vagito, condannate a morire di stenti. E le guerre? E le guerre di religione volute dai rappresentanti cattolici di Dio in terra? Potrei continuare a lungo, certamente annoiandovi, con una serie di riflessioni forse banali, ripeto, ma che propongono irrisolti dubbi su una presenza divina, che segua le nostre empie azioni e le giudichi, dopo averle propiziate!
Per di più sono nato in una famiglia esageratamente credente , al limite del bigottismo. C’era anche uno zio, arcivescovo di Reggio Calabria, morto prematuramente nel 1950 e definito dai miei famigliari “quel Santo”, anziché col suo nome di battesimo, Antonio. Sufficiente enfasi per indurmi, fin da piccolo, a seguire strade, più accoglienti e divertenti, caratterizzate dal dubbio e dallo scetticismo. In particolare, sentimenti di diffidenza verso la Chiesa, e qui non si è trattato solo di spirito controcorrente, ma anche perché Papi, cardinali e vescovi, come tutti sappiamo, ci hanno  dato numerosi motivi di critica e di indignazione, nell’esercizio dei loro uffici e doveri. Vero è anche che ho conosciuto illustri principi della Chiesa, che mi hanno insegnato molto, faccia a faccia, nel rispetto dei ruoli e delle opinioni. Ne cito solo uno, il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, che mi diede la soddisfazione di concedermi la sua prima intervista a un giornale e, successivamente, la sua affettuosa generosità. Ebbi con lui straordinari colloqui.

Da qualche anno avverto, tuttavia, l’esigenza di avvicinarmi a una entità superiore, a qualcuno o qualcosa che possa farmi credere che tutto non finisca con la nostra morte fisica, a conclusione di effimere speranze, sogni deludenti e crudeli disillusioni. Sento crescere questa esigenza e la respingo, per una decisiva ragione di consapevolezza autocritica: questo avvicinamento a una qualche credenza religiosa sta maturando con il mio invecchiamento, con l’approssimarsi inevitabile a un congedo dalle futilità terrene. Così come Woody Allen confessa di pensare a Dio soprattutto quando l’aereo balla, così la storia e le cronache sono intessute di pentimenti e di conquista della fede, quando si approssima il momento estremo. Ebbene, per dignità e ragione, certo io non vorrei convertirmi, solo per paura del mistero incombente e dell’aldilà sconosciuto. La mamma di un mio amico, atea assoluta, e sempre irrispettosamente ostile alla Chiesa e ai suoi rappresentanti, non esitò un instante a rispondere ai suoi figli, che timidamente le dicevano, davanti al letto di morte: “Mammà, di là ci sarebbe ‘u previte. Possiamo farlo entrà?” e la vecchietta, spirando: “Perché no?”. Insomma, non si sa mai. Non vorrei essere spinto alla conversione da questa insicurezza, per paura o – peggio – il cinico pensiero, tipo “in fondo cosa rischio di perdere?”.
Fine del preambolo. Spero di aver descritto correttamente la cornice esistenziale, nella quale mi accingo a vivere, su questo piano, il mio ultimo segmento. Sintetizziamo? Non credo in Dio, sono molto critico verso la Chiesa, per tutta la vita ho avvertito la necessità spirituale di un essere superiore – ma non sono mai riuscito ad accettare, serenamente, l’idea. E oggi l’esigenza è forse anche più forte, nonostante l’ironia con cui mi esprimo, ma temo che sia il frutto, meschino, di sensazioni di viltà, sia pur umanissime.

In questo quadro, desidero scrivere – senza paura e senza complessi – la mia ammirazione per lusinghieri episodi, momenti probabilmente storici, di cui è protagonista la Chiesa. E per questo motivo la nostra copertina è dedicata a un poker di Papi esemplari: Giovanni XXIII, Wojtyla, Ratzinger e Francesco. Scrivo poker, sperando di non essere impertinente (sono o non sono un giocatore incorreggibile?), anche per sdrammatizzare e rendere più affabile il riconoscimento che intendiamo dare ai quattro pontefici. All’interno i lettori troveranno una sintesi magistrale dell’enciclica dovuta a Benedetto XVI e a Bergoglio. Quanto alla svolta colossale della Chiesa, certo Francesco ne  è protagonista, ma sarebbe puro analfabetismo anticlericale sostenere che la missione di Francesco non sia stata propiziata dalle incredibili dimissioni di Ratzinger e dal consenso, lungimirante e strategico, dei cardinali riuniti in conclave. E bene ha fatto Francesco, al di là del significato di espressioni rituali come “beatificazione” e “santificazione” che mi lasciano del tutto indifferente, a dare un giusto riconoscimento, con eco universale, a due Papi, Roncalli e Giovanni Paolo II, simboli esemplari di bontà, carità, generosità e coraggio.
La Chiesa, guidata da Francesco, ha imboccato una strada nuova, affascinante e coinvolgente, non solo per i credenti. Col mio pessimismo globale, non mi illudo certo che la strada di Francesco non sia tormentata da spine ed agguati. Né mi sento di escludere che, dopo Francesco, nelle cronache della Chiesa non ricompaiano episodi orribili, di violenza, malaffare, ipocrisia e ambiguità.
Ma, per il momento, anche io, non credente, ho in Francesco un riferimento esemplare.
E, a confronto con ciò che Francesco sta realizzando, mi vengono i brividi al pensiero di quanto sia ottusa, arretrata, incolta e disprezzabile la nostra società politica. Incapace di un pur minimo sussulto di dignità, di un pur minimo lampo di fantasia, creatività, positività.

 

 

22 -7- 13

cesare@lamescolanza.com