OGGI VI DICO CHE… COSA PROVOCA LA SCIATICA

“Vedi, io sono sempre stato un personaggio scomodo,  ma mica per niente è la sciatica, io nun riesco a stà seduto”. (Corrado Guzzanti)

ATTUALIZZANDO… TRISTE WEEK END, SONO IMMOBILIZZATO                     DA UNA LOMBALGIA

mal-di-schienaChe sia sciatica o lombalgìa (spero niente di peggio…), da lunedì sono bloccato dal dolore e dalla difficoltà di muovermi. Il mio vecchio maestro Antonio Ghirelli diceva che, se uno scrive con i piedi, deve star attento a non zoppicare. Potrebbe essere il mio caso. Non sono propriamente i piedi, ma la schiena e la gamba destra quasi paralizzate. Due grandi medici, Santucci e Stancati di Villa Stuart mi hanno visitato per benino, infiltrazione e anestetici, con l’ordine (ovviamente non rispettato) di riposo assoluto, e poi si vedrà. Comunque, come diceva Ghirelli, faccio fatica a scrivere. Quindi, oggi – e certamente lo preferirete a me – chiedo soccorso al grande Riccardo Ruggeri e, al posto delle mie stravaganze, pubblico un suo eccellente “pezzo” sulle start up.
Chiedo scusa se faccio sega, ma posso portare, se necessario, il certificato medico. Arrivederci a lunedì.
Se avete voglia, tuffatevi nel pamphlet “Uno splendido insuccesso imprenditoriale” di Michele Fronterré, ne parla Ruggeri qui sotto.

SI FA PRESTO A DIRE STARTUPPER…
di Riccardo Ruggeri (da “Italia oggi”)

ruggeriHo conosciuto Michele Fronterré su Twitter, poi al Salone del Libro. Era come immaginavo fosse un giovane “startupper”, era come il suo pamphlet, “Uno splendido insuccesso imprenditoriale” (Amazon 5,99 €). Scritto in modo leggero, ironico, racconta il fallimento di una start up (la sua). In realtà il libro distrugge il contesto politicamente corretto che ruota intorno alle start up nostrane, e non solo. Un personaggio.
Quale il messaggio di Fronterré? Al netto delle battute (“il miglior modo di arrivare è non partire”, Marcello Marchesi), il messaggio è un invito a fare impresa. Perché la storia della start up Ingenia, dimostra che non è importante la destinazione, ma il viaggio.
Un’iniziativa imprenditoriale ha per sua natura una forza per cui sviluppa, e lascia sul territorio concime pregiato: competenze, sapere codificato, movimenti di quattrini, innesco di meccanismi virtuosi. Fronterré è come se dicesse “giovani, fate impresa, se amate la tecnologia, fatevi contagiare dal fuoco che anima la vita di un novello imprenditore. Vivete la frenesia di organizzare, chiedere, pretendere, inventare, reinventare, adattarsi, scombinare. Imparate quanto è bello costruire una reputazione, un marchio, il vostro. Fatevi prendere dall’insonnia. Non c’è sonno più ristoratore della veglia per lo startupper che deve capire, da un giorno all’altro, che fare, deve o no uscire da uno dei tanti imbuti in cui le vicende lo portano”?
Certo, nulla viene da sé. E non ci sono sconti quando si fa impresa. Fare business esige disciplina, come l’atletica leggera, ci sono i problemi, gli imprevisti. Fronterré ha usato una bella immagine “dovete riuscire a farvi stare il mondo dentro le pupille”. E non c’è bisogno di abitare a Palo Alto, dentro villette che non vedono mai le nubi, ma solo clouds, per saper guardare lontano, sempre in un’ottica globale. La biodiversità non è nozione solo agroalimentare, non è necessario saper trattare i prodotti della terra, saper cucinare ricette della tradizione per essere buoni imprenditori del “made in Italy”. La biodiversità può adattarsi anche fuori dai filari della vite. È il saper pensare e fare in maniera combinatoria. Più che mai oggi, nelle tecnologie, si può fare molto anche senza complicarsi la vita cercando di superare gap tecnologici che divorano ingenti capitali. Questo è un mondo in cui si arriva ai prodotti attraverso i processi, non da R&D. Dal punto di vista economico e finanziario è molto più attraente puntare sulla combinazione di “mattoncini” esistenti, già scoperti da qualcun altro, che messi assieme producano innovazione, vantaggi competitivi, business. Cose semplici, belle, che piacciono ai più, la vecchia ricetta di C.M. Cipolla. É il destinatario, il segmento di marketing, che vanno inventati. I bisogni sono sempre gli stessi, quelli cui l’uomo non rinuncerebbe mai: le cose che scacciano la paura, quelle che producono momenti di felicità, quelle che aumentano le relazioni. È la tradizione, e va accudita con nuovi prodotti, nuovi servizi.
La storia di Ingenia dimostra come il sistema Italia abbia delle debolezze intrinseche. Tra gli stake holders e gli share holders che Ingenia incontra lungo il suo cammino, c’è un campionario, certo di piccinerie, ma è vita vera. E’ pieno di Totò, di Peppino, di cantonate, strafalcioni, provincialismo, regolatori idioti. C’è la politica che, con le sue scelte, non solo a livello centrale ma anche periferico, locale addirittura, incide sul suo sviluppo. C’è l’ombra che viene dal passato, quella di un capitalismo via via fattosi losco, il ritardo del paese quanto a capitale di rischio. Qualche giorno fa la notizia: Intesa San Paolo ha deciso di uscire dal fondo di venture capital, giudicando asfittico il settore delle start-up. Tutto ormai è moda, pure le start-up, sono nate con la cucina fusion, non era il loro mondo, guai se le start up cessano di essere tapas. Eppure, se ne promuove il proliferare, al punto che da noi ci sono più incubator che imprese. Nella mitica California solo il 5% delle start up viene finanziato dai venture capital, i grandi successi nascono con pochi quattrini, ricordiamolo, i primi prototipi di Apple furono assemblati con materiale di ricupero, si dice preso nei cassonetti. Michele Fronterré ci insegna come. editore@grantorinolibri.it @editoreruggeri

cesare@lamescolanza.com
16.10.15